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Ho messo gli articoli giusti nel carrello della spesa?

#13_16anni

Spesso non abbiamo idea da dove vengano le cose che usiamo ogni giorno: i nostri vestiti, scarpe, giocattoli o cibo. Non riflettiamo su dove e come sono stati fatti e quali tipi di problemi sono collegati alla loro produzione. Durante questo incontro i partecipanti conosceranno concetti di base in questo campo, per diventare più sensibili a riguardo e più motivati a cercare soluzioni responsabili e ad attuarle. #EducazioneGlobale #ConsumoResponsabile

Scopo principale:

  • Mettere i partecipanti in grado di fare scelte da consumatore responsabile


Durante questo incontro i partecipanti:

  • Conosceranno dati concreti sugli oggetti che usiamo quotidianamente (da dove provengono, come vengono prodotti, quali problemi sono connessi ad un dato processo)

  • Rifletteranno su cosa possono fare, come consumatori, per cambiare la situazione



1. Da dove provengono gli oggetti che usiamo ogni giorno

I partecipanti conoscono la storia dei loro vestiti e delle loro scarpe? Da dove vengono tè, caffè, cacao, banane? Per rispondere a queste domande è possibile controllare targhette o etichette.

2. Visione di un filmato

Guarda “Story of stuff”, un video di 20 minuti che è un’ottima introduzione al tema del consumo responsabile (https://www.youtube.com/watch?v=9GorqroigqM). Il video offre sottotitoli in italiano. In alternativa, puoi usare la versione doppiata (parte 1: https://www.youtube.com/watch?v=v1j48gH23R0)

3. Lavoro in gruppo

Dividi i partecipanti in piccoli gruppi. Ognuno di essi riceve uno dei quattro allegati e lavora su un particolare problema:

  • Allegato 1 – relativo all’abbigliamento

  • Allegato 2 – relativo al cibo

  • Allegato 3 – relativo ai giocattoli

  • Allegato 4 – relativo alle scarpe


Ogni allegato contiene:

  • un articolo su un particolare problema globale

  • la storia di un changemaker che lavora per cambiare la situazione descritta nell'articolo


I gruppi possono cercare ulteriori informazioni su Internet. Sulla base di questi dati, preparano una presentazione, in cui devono mostrare i problemi connessi con uno specifico processo, le possibili soluzioni e quello che noi, come consumatori, possiamo fare (questo è molto importante!). Oltre al materiale sopra menzionato, sarebbe una buona idea fornire ai gruppi alcuni oggetti, che li ispireranno a svolgere il compito, ad esempio confezioni di cibo, etichette di vestiti, foto di diversi prodotti, ecc.

4. Presentazioni

Ogni gruppo ha 5 minuti per presentare l'argomento più 5 minuti per la discussione e le domande. Quindi riflettete insieme cosa potete fare. Annota tutte le idee su una lavagna.

5. Riepilogo

Cosa ha attirato la tua attenzione durante il workshop? Cosa cambierai a partire da oggi?

Altri compiti per il gruppo:

  • Organizza un incontro (o un workshop per gli amici di scuola) sul consumo responsabile di elettronica di cosmetici, per conoscere meglio la loro produzione.

  • Prepara eventi o altre azioni che ti permetteranno di condividere alcune delle informazioni che hai acquisito durante questo incontro.

  • Metti in pratica almeno un'idea che hai discusso durante l'incontro.


Allegato 1- Abbigliamento Tratto da: http://fashionrevolution.org/about/why-do-we-need-a-fashion-revolution/

PERCHÉ ABBIAMO BISOGNO DI UNA RIVOLUZIONE DELLA MODA?

Il 24 aprile 2013 è crollato l'edificio Rana Plaza in Bangladesh. Sono morte 1.138 persone e altre 2.500 sono rimaste ferite, diventando il quarto peggior disastro industriale della storia. Quel momento ha marcato la nascita della Fashion Revolution. C'erano cinque fabbriche di indumenti al Rana Plaza che fabbricavano abbigliamento per grandi marchi globali. Le vittime sono state per lo più giovani donne. Crediamo che 1.138 persone siano troppe da perdere in un unico edificio in un giorno terribile per non prendere posizione e chiedere un cambiamento. Da allora, persone di tutto il mondo si sono unite per usare il potere della moda per cambiare il mondo. Fashion Revolution é ora un movimento globale di persone come te. Ti sei mai chiesto/a chi sono quelli che fanno i tuoi vestiti? Quanto sono pagati e come sono le loro vite? I nostri vestiti hanno viaggiato a lungo prima di raggiungere gli scaffali dei negozi, passando per le mani di coltivatori di cotone, filatori, tessitori, tintorie, cucitori e altri. Circa 75 milioni di persone lavorano per fare i nostri vestiti. L'80% di questi sono donne di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Tuttavia, la maggior parte delle persone che confezionano abiti per il mercato globale vivono in povertà, incapaci di sostenere bisogni fondamentali. Molte sono soggette a sfruttamento; abusi verbali e fisici, lavoro in condizioni non sicure e con scarsa igiene, con una paga molto bassa. Oggi, sia le persone che l’ambiente soffrono a causa del modo in cui la moda é fatta, distribuita e consumata. Questo deve cambiare. Al momento, la maggior parte del mondo vive in un'economia capitalista. Ciò significa che le aziende devono aumentare le vendite e realizzare profitti per avere successo, ma é essenziale che questo non avvenga a scapito delle condizioni lavorative, della salute, dei mezzi di sussistenza, della dignità e della creatività delle persone e a spese del nostro ambiente naturale. Che tu sia una persona che compra e indossa vestiti (praticamente tutti) o lavori nel settore, in qualche punto della filiera, o sei un policymaker e puoi avere un impatto sulle normative, sei responsabile dell'impatto che la moda ha sulla vita delle persone e sulla natura. I gruppi ricevono anche il testo "Lungo la via della seta", che racconta un approccio ecologico e socialmente responsabile di produzione della seta di una fattoria in Laos.


Allegato 2 - Cibo Tratto da: https://spoonuniversity.com/how-to/socially-responsible-food La verità è che dietro ogni prodotto alimentare c'è una rete intricata di fabbriche e lavoratori, spesso di molti luoghi differenti. Le aziende che acquistano prodotti da altri paesi sono in grado di risparmiare denaro e mantenere bassi i prezzi, ma questo ha un costo a livello umano. Troppo spesso ai lavoratori in queste situazioni vengono negati i diritti di base come un’equa retribuzione e un orario di lavoro giusto. Il problema non è solo negli altri paesi. Quella della carne è una delle più grandi industrie e gli allevamenti sono tra i criminali maggiori responsabili in termini di degrado ambientale e maltrattamento degli animali. Se si analizza il processo, dalla produzione del cibo per le mucche alla lavorazione della carne, un solo hamburger può richiedere fino a 3500 litri di acqua. Con la crescita della domanda di cibo socialmente responsabile, le aziende stanno capendo che i clienti sono attenti a chi danno i loro soldi. Sempre più persone vogliono sapere cosa c’é nel cibo che mangiano. Se vuoi iniziare, il momento è adesso. La quantità di informazioni disponibili per i consumatori etici è tantissima, quindi approfittane!

Le basi Come fare per sapere dove investire i tuoi soldi? La regola d'oro del consumo etico è comprare localmente. Sostenere le fattorie locali alla mantiene il flusso nella tua comunità e toglie lo stress di calcolare le miglia alimentari. Se ami la frutta e verdura fresca, i mercati degli agricoltori e i ristoranti che si riforniscono localmente sono i posti in cui andare. Soprattutto, fare scorta di prodotti freschi consente meno spazio nella tua dispensa per i cibi confezionati, che hanno più probabilità di essere non-etici e generalmente fanno male alla salute. Sia che ti butti a capofitto nel consumismo etico o che voglia semplicemente fare una prova, il punto è questo: come consumatore hai il potere di cambiare lo standard del modo in cui il cibo viene venduto. Le aziende lavorano duramente per i nostri soldi e risponderanno ai cambiamenti nelle tendenze dei consumatori, non importa quanto grande sia il brand. Essere responsabili non significa guastafeste essere un rompiscatole, quindi non aver paura di divertirti. Cogli l'opportunità di interessarti alla tua comunità, esplorare nuovi cibi ed essere un po' più gentile con la Terra. I gruppi ricevono anche il testo "Ritorno alle radici" o "Fiori di riso", che parlano di produzione ecologica di riso in Tailandia.


Allegato 3 - Giocattoli Tratto da: http://www.chinalaborwatch.org/report/111

L’altro lato delle favole: Un’inchiesta sulle condizioni di lavoro in cinque fabbriche di giocattoli cinesi

Le fiabe felici associate a molti giocattoli celano tragiche storie intessute nella produzione di giocattoli. In laboratori pericolosi per la loro salute, milioni di persone lavorano sotto una gestione feroce, 11 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Nel corso di un anno, un lavoratore in questo comparto può essere in grado di vedere i suoi genitori e figli solo una volta. Ottenendo appena il salario minimo, i lavoratori devono sopportare tali condizioni per tirare a campare.   Molti lavoratori in una fabbrica di giocattoli hanno fatto turni di quattro ore senza fare una pausa per bere o fare bisogni. Quando gli è stato chiesto il perché, i lavoratori hanno spiegato che non era possibile fare pause per l’acqua con così tanto lavoro da fare. La signora Li, una lavoratrice di un'altra fabbrica di giocattoli ha solo cinque anni dalla pensione. Ha scoperto che la direzione aveva l’abitudine di spingere alle dimissioni i lavoratori vicino alla pensione per evitare di pagarne i contributi. Per la signora Li, questo significa che può ritrovarsi senza l'intero ammontare della sua meritata pensione. Ha detto che questo la tiene sveglia di notte.   La produzione di giocattoli è centralizzata in Cina da oltre 20 anni. Un rapporto del 2015 di HKTDC Research afferma che il 75% dei giocattoli a livello mondiale é prodotto in Cina.

L’altro lato delle favole La storia delle fabbriche di giocattoli riflette un’enorme distanza tra le favole e la realtà dei giocattoli. I marchi di giocattoli spingono i produttori uno contro l'altro per ridurre i prezzi di produzione e massimizzare i margini di profitto. La competizione porta a peggiorare le condizioni dei lavoratori delle fabbriche. Questa dinamica alla fin fine rivela il nulla che si cela dietro ai proclami promossi fatti a gran voce dei marchi di giocattoli sull’etica nella scelta dei fornitori.   I marchi richiedono la massima qualità, un tempo di produzione rapido e costi più bassi, senza cui interessarsi su come le loro richieste influenzano la vita dei lavoratori. Mentre i lavoratori lottano anno dopo anno per sopravvivere, le aziende sfruttano il loro lavoro per aumentare le fortune degli azionisti e dei dirigenti. Nel 2014, le entrate e i profitti della Disney hanno raggiunto rispettivamente $48,81 miliardi e $7,5 miliardi. Quello stesso anno il compenso di $43,7 milioni del CEO Robert Iger ha fatto di lui il 12° CEO più pagato in America, secondo il New York Times. Ciò significa che un lavoratore cinese che realizza i giocattoli Disney avrebbe bisogno di lavorare 11 ore al giorno, sei giorni alla settimana per 7.011 anni per ottenere il compenso annuale del CEO della Disney. Per Mattel e Hasbro, le cifre sono rispettivamente di 1.534 e 2.466 anni.  

Riforma fondamentale delle fabbriche di giocattoli Per quasi due decenni le violazioni dei diritti umani sono continuate nelle fabbriche di giocattoli cinesi che riforniscono le più grandi marche di giocattoli del mondo. Confrontando i risultati degli studi su quest'anno con i dati degli anni passati, si è riscontrato qualche miglioramento anche se alcune condizioni stanno addirittura peggiorando. I maggiori beneficiari di tali abusi sono i giocattoli, i marchi e i negozi al vertice della catena globale del valore. Queste aziende hanno il potere di influenzare e controllare le condizioni lavorative nelle fabbriche di giocattoli, e devono apportare riforme fondamentali alle condizioni dei lavoratori che realizzano i loro amati giocattoli. Tali riforme includono, ma non si limitano a:

  • la riduzione dell'impiego di lavoratori temporanei a meno del 10% della forza lavoro totale;

  • l’aumento della retribuzione di base dei lavoratori significativamente al di sopra del salario minimo locale in modo che i lavoratori non dipendano dalle tante ore di lavoro straordinario;

  • programmi di produzione organizzati in modo da garantire che il lavoro straordinario sia strettamente volontario;

  • dimissioni che non richiedano una "domanda" e emissione di tutte le retribuzioni dovute ai lavoratori dimissionari;

  • Tutte le attività che sono un requisito obbligatorio o mansione intrinseca di un lavoro dovrebbero essere compensate (comprese le riunioni, la formazione e le procedure di assunzione);

  • spazi più ampi e igienici a disposizione dei lavoratori;

  • la garanzia che i lavoratori ricevano incontri preliminari che siano 1) in conformità con i requisiti legali e 2) sufficienti ad educarli su tutte le sostanze chimiche o procedure che potrebbero rappresentare un rischio per la loro salute a breve e lungo termine;

  • porre fine alle violazioni della legge menzionate in questo rapporto;

  • assicurare ai lavoratori la possibilità di eleggere rappresentanti sindacali a livello aziendale che possano effettivamente rappresentare gli interessi dei lavoratori.


I gruppi ricevono anche i testi "Kymviet" e "Dignity Kitchen" che trattano di aziende che si prendono cura dei propri lavoratori, inclusi quelli con disabilità.



Allegato 4 - Scarpe Tratto da: http://www.thegoodshoppingguide.com/ethical-shoes-and-trainers/ Introduzione

Negli ultimi vent'anni, le fabbriche che sfruttano i lavoratori sono diventate sinonimo dei grandi marchi di calzature; Nike, Adidas, Reebok e Puma. Alla fine degli anni '90, queste società erano state accusate di tutta una serie di reati societari, dal coinvolgimento nel lavoro minorile all’aggiunta di anfetamine nelle bevande dei lavoratori per farli lavorare tutta la notte. Tuttavia, a seguito di forti campagne, le cose stanno cambiando e "la responsabilità sociale delle imprese" è ora sulla bocca di tutti.

Il materiale è importante

Il polivinilcloruro (PVC) é una delle plastiche più dannose per la salute umana e per l'ambiente. Secondo Greenpeace, è in fase di eliminazione da parte di Adidas, Asics, Nike e Puma. New Balance ha eliminato alcuni PVC ma non ha fissato alcuna data di inizio per la fase di eliminazione; Fila, Reebok e Saucony non hanno preso alcun impegno a riguardo. In particolare, sono state espresse preoccupazioni per il rilascio di sostanze chimiche tossiche come le diossine dai prodotti in PVC.

Condizioni di lavoro

E’ stato calcolato che un lavoratore thailandese dovrebbe lavorare per 26,5 milioni di giorni o 72.000 anni per ricevere ciò che Tiger Woods guadagna con un contratto quinquennale con la Nike. O, in altre parole, la Nike spende l'equivalente di 14.000 salari giornalieri per pagare Tiger Woods per un giorno. Gli attivisti sperano di ottenere che i lavoratori vengano fatti operare con buone prassi e buone condizioni di lavoro. Stanno cercando di convincere le aziende ad accettare:

  • di rigettare il lavoro forzato o lavoro minorile;

  • libertà di associazione e contrattazione collettiva;

  • pagamento di un salario di sussistenza;

  • un massimo di 48 ore a settimana;

  • condizioni di lavoro sicure;

  • Nessuna discriminazione di razza o di genere;


Nel complesso, le campagne hanno avuto successo. Nike, Adidas, Reebok e Puma sono state costrette a rivalutare le condizioni di lavoro nelle loro fabbriche nell'ultimo decennio. Le suddette clausole sono incluse in tutti i codici di condotta per i grandi marchi e Reebok, Adidas e Nike hanno accettato di partecipare al programma di monitoraggio esterno del Fair Labor.

I problemi sorgono nel far rispettare il codice. Piuttosto che possedere fabbriche loro, le aziende subappaltano a terzi. Assicurarsi che queste fabbriche rispettino il loro codice di condotta é a discrezione dell’azienda.

E le complicazioni non finiscono qui: in Cina, l’attività sindacale è illegale, indipendentemente da ciò che il codice etico di condotta stabilisce. Chiaramente, c'è ancora molto da fare. I gruppi ricevono anche i testi su "Risqué Designs"e "Tribu", che trattano di aziende che si prendono cura dei propri lavoratori e producono scarpe usando materiali sicuri, pratiche tradizionali o upcycling (usare scarti per produrre beni di alta qualità).



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